La storia di Maria Novella
1949-1967: gli anni fino al matrimonio
Maria Novella nacque a San Potito, piccola frazione di Lugo di Romagna, l’8 febbraio 1949, secondogenita di quattro figli di Giovanni ed Elia Ancarani, e fu battezzata il 13 febbraio. L’11 settembre 1955 ricevette la cresima e il 9 aprile 1956, la prima comunione. Fin da piccola fu educata, in famiglia e in parrocchia, ad una profonda religiosità in cui fede e carità erano strettamente unite. La madre, che sarà anche presidente delle donne di Azione Cattolica, era coetanea e amica della Serva di Dio Nilde Guerra, anch’essa di San Potito, che la Chiesa ha riconosciuto venerabile.
La povertà della famiglia costrinse Maria Novella ad abbandonare gli studi dopo la quinta elementare per andare a lavorare. Sul finire del 1963, accolse l’invito degli zii a trasferirsi a Castel Bolognese per aiutarli nella gestione del loro bar. Fu lì che conobbe Giuliano Scàrdovi, di professione vigile urbano, che sposò il 27 agosto 1967. Dopo il matrimonio la coppia si stabilì a Castel Bolognese. Dal matrimonio nasceranno Paolo (1972), Chiara (1981) e Lucia (1991), nonostante che un autorevole ginecologo avesse diagnosticato a Novella l’impossibilità di avere figli.
La morte di una giovane zia e la perdita della voglia di vivere
Il 1° marzo 1969 morì una giovane zia, di nome Nives, alla quale Maria Novella era profondamente legata, tanto che si era trasferita a Padova per assisterla. Per un mese aveva vissuto accanto al suo letto d’ospedale, «condividendone la lotta contro il male, la volontà di vivere e anche la rabbia e la disperazione all’idea di lasciare così giovane il marito, i figli, le cose, il mondo. Tornata a casa divenni inquieta e scontenta; iniziai a chiedermi a cosa valesse darsi da fare, organizzare la vita, se poi Qualcuno ce la porta via. Questo Qualcuno, di cui da molto tempo non mi curavo, divenne per me un nemico verso il quale provavo rabbia e ostilità». Peraltro col matrimonio Maria Novella si era allontanata dalla pratica religiosa.
Questa sua situazione interiore le fece venire meno la voglia di vivere e mise in crisi anche il matrimonio. Per vincere l’angoscia Maria Novella cominciò a prendere degli ansiolitici. Si sentiva malata tanto che nel maggio 1977 si fece ricoverare in ospedale per accertamenti. Al momento della dimissione le fu consigliato un periodo di riposo in collina; scelse un campeggio non troppo distante dal paese perché il marito non aveva le ferie.
Luglio 1977: un incontro imprevisto. Il ritorno alla fede e alla vita della Chiesa
Proprio in quel campeggio qualche giorno dopo vide arrivare una giovane coppia di Castel Bolognese che sapeva essere legata alla parrocchia. La contattò e per la prima volta si sentì ascoltata e compresa nella sua inquietudine, tanto da accogliere l’invito a pregare con loro le lodi. Quel semplice gesto di accoglienza e le parole dei salmi generarono in lei una vera e propria rinascita: erano le 10 del 26 luglio 1977. Iniziò subito a vivere assieme a quei due nuovi amici, a pregare con loro e ad approfondire il senso della vita cristiana.
Apparve subito evidente che quanto stava accadendo avesse i caratteri dell’eccezionalità. Il 6 agosto fu organizzata, nella chiesa di Borgo Rivola, una messa con la comunità di Comunione e Liberazione della Vallata del Senio. Durante quella Maria Novella messa pianse a lungo, sentendosi perdonata dal Signore. «Ebbi la certezza che tutto quello che stava accadendo era opera Sua. Sgorgò un profondo senso di gratitudine verso il Signore e il desiderio che la mia vita fosse riconoscente e che altri potessero fare lo stesso incontro che aveva liberato me dall’angoscia». Nei giorni di Palazzuolo sul Senio sorse in lei la coscienza di un compito a cui era chiamata: «Colui che mi ha mandato sulla terra mi affida la costruzione della Sua casa perché tutti (vi) si possano rifugiare», scrive ad un’amica in una lettera datata 24-25 agosto 1977. Poco dopo il rientro dal campeggio ricorreva il decimo anniversario di nozze. Don Giancarlo Cenni, arciprete di Castel Bolognese e don Sante Orsani, parroco di Borgo Rivola, celebrarono la messa nella loro casa, alla quale parteciparono gli amici della comunità. Quel giorno segnò negli sposi una rinascita del loro rapporto.
La vocazione all’accoglienza e l’intuizione di una casa d’accoglienza
Poco dopo il rientro da Palazzuolo, Maria Novella e Giuliano si resero disponibili a ospitare nel loro piccolo appartamento e per brevi periodi, prima un bambino, poi tre fratelli. Spesso con i giovani della parrocchia Maria Novella organizzava momenti di canto e di gioco con i bambini.
Il 22 maggio 1978 prese forma nella sua mente l’idea di una casa grande, dove poter accogliere stabilmente dei bambini; un sogno apparentemente impossibile per una casalinga sposata con un vigile urbano. Dal calendario scoprì che era la festa di santa Rita e da un’enciclopedia che essa era invocata come la santa delle grazie impossibili. «Mi recai nella chiesetta delle suore di clausura a dire il mio “sì” al Signore a cui l’affidai tramite l’intercessione di santa Rita».
La sera del suo trentesimo compleanno Maria Novella, rientrando dal Consiglio Pastorale parrocchiale, trovò all’ingresso del proprio condominio una donna in evidente stato di ubriachezza. La portò in casa e se ne prese cura per mesi fino alla di lei morte, sopravvenuta per cirrosi epatica.
Fu poi la volta di Pietro, un ragazzo sardo, ricoverato nell’ospedale di Castel Bolognese per una cura di disintossicazione dalla droga, che per tre anni Maria Novella e Giuliano ospitarono nel loro piccolo appartamento che diventò un punto di riferimento per giovani alle prese con una piaga sociale che in quegli anni si stava diffondendo. Per fedeltà a Pietro, che era ricaduto nella droga, Novella si accostò al Ce.I.S. fino a diventare operatrice nel centro per tossicodipendenti di San Zaccaria, nei pressi di Ravenna, dopo avere frequentato un periodo di formazione a Roma nel 1984 e un durissimo periodo di apprendistato a Modena. Tutto questo, con grave sacrificio della famiglia: la secondogenita Chiara aveva solo tre anni.
Fu la convinzione che «la tecnica più scaltra per incontrare l’altro non avrebbe potuto risolvere la drammaticità, propria del cuore dell’uomo» a farle maturare la decisione di lasciare il lavoro al Ce.I.S. Decisione non semplice perché significava rinunciare a un lavoro retribuito per dedicarsi a forme di accoglienza del tutto gratuite.
1986. L’incontro con l’associazione “Famiglie per l’accoglienza”
Nel 1986, tramite Adele Tellarini, neuropsichiatra infantile, Maria Novella conobbe l’associazione “Famiglie per l’Accoglienza”, sorta qualche tempo prima a Milano. L’incontro con l’Associazione la portò a dare ordine all’esperienza già in atto e la confermò nel suo desidero di realizzare un luogo per accogliere chi era in difficoltà, sempre attenta a coinvolgere il marito e i figli, che con lei condividevano i tanti sacrifici resi ancora più gravi dalla mancanza di adeguati spazi e risorse economiche.
Nel 1987 partecipò, con altri amici di Lugo di Romagna e di Bologna, alla fondazione di “Famiglie per l’Accoglienza” in Emilia-Romagna. Fu l’amicizia sperimentata nell’ambito di Famiglie per l’Accoglienza a permettere a Maria Novella e Giuliano di esprimere il desiderio, sempre custodito, di cercare una casa più grande dove vivere la loro vocazione all’accoglienza. A loro volta quegli amici, colpiti e attratti dall’esperienza di Maria Novella e Giuliano, manifestarono il desiderio di potere contribuire alla sua realizzazione.
1990-1996. La costituzione dell’Associazione “San Giuseppe e Santa Rita”
Il 20 gennaio 1990 fu costituita l’Associazione “San Giuseppe e Santa Rita” per potere entrare in rapporto con istituzioni, enti, persone e promuovere attività volte a reperire i fondi necessari.Il progetto trovò il pieno sostegno del vescovo di Imola, monsignor Giuseppe Fabiani, che era entrato il Diocesi il 23 settembre 1989, il quale subito mostrò il suo reale interesse. Numerosi furono gli incontri con lui per verificare i passi da fare; egli stesso si adoperò personalmente nella ricerca del luogo e dei fondi necessari per costruire una casa.
Il 19 marzo 1994, festa di San Giuseppe, monsignor Tarcisio Bertozzi, vescovo di Faenza, effettuò la posa della prima pietra. Due anni dopo, il 17 marzo 1996, la Casa fu inaugurata con la benedizione di monsignor Giuseppe Fabiani. Essa era il frutto maturo del suo desiderio di costruire una dimora dove tutto – dalla bellezza naturale dell’ambiente alla bellezza della casa, all’ordine, al rispetto tra le persone – fosse segno della radicale positività della vita («La bellezza – era una delle sue frasi ricorrenti – è la fonte per la rinascita della persona») così che le persone in difficoltà potessero riprendere il loro cammino, con rinnovato vigore interiore.
Nelle settimane successive all’inaugurazione Maria Novella disse ad alcuni amici: «Forse a noi il Signore ha chiesto di costruirla e ad altri di portarla avanti. Se il Signore mi chiama io sono pronta ad andare da un’altra parte». L’8 maggio 1996, cinquanta giorni dopo l’inaugurazione, trovava la morte in un incidente stradale.
Quella sera stessa, il gruppo di amici che con Maria Novella e il marito Giuliano avevano costituito l’Associazione, incoraggiati anche dal sindaco di Castel Bolognese, Jader Dardi, decisero di raccoglierne il testimone. Adele Tellarini disse un particolare “sì” e ancora oggi porta la responsabilità dell’opera che negli anni successivi alla sua morte si è allargata a diverse attività di accoglienza e di cura della persona ed ha assunto la denominazione di “Opere Casa Novella”, mostrando la singolare fecondità della vita e della testimonianza della Fondatrice.
«Dio l’aveva scelta», «Io ci sono stata»
Maria Novella sapeva di essere stata scelta per un compito. Pochi giorni prima dell’incidente in cui perse la vita aveva partecipato agli esercizi annuali della Fraternità di Comunione e Liberazione. Tra i suoi appunti, tra virgolette, sintetizzava con l’espressione «Dio l’aveva scelta» una frase letta da don Giussani, e, a fianco: «Io ho voluto starci».
Nel 1992, in occasione dei 25 anni di matrimonio, Maria Novella aveva composto una preghiera che riassume la coscienza con cui ha vissuto e ciò per cui ha dato la vita. «Ti ringraziamo, Signore, per il cammino di questi anni, perché attraverso la grazia dell’incontro con Te e l’appartenenza alla tua compagnia ci hai liberato da false attese e hai cambiato lo sguardo sulla nostra vita. Oggi rinnoviamo il nostro “sì” nella certezza della tua presenza come sorgente di unità e di tenerezza. Ti preghiamo per la nostra famiglia: fa’ che essa custodisca il nostro cuore, la verità per cui siamo fatti. La grazia del sacramento del matrimonio renda la nostra casa una porta aperta e disponibile al bisogno di felicità di ogni uomo affinché possa incontrare e sperimentare la Tua pace».
